Un cinema e un cielo pieno di stelle

Sono così routinizzato che sgarro massimo di tre minuti. Timbro sempre alle 8,33. Conosco il ritmo del traffico di questa città ormai come il mio respiro. Parcheggio e m’incammino a passo svelto, come ogni mattina, verso il palazzone. Nulla mi distoglie dalla mia marcia. Oggi c’è il sole, stanotte ha piovuto molto. Una macchina sfiora la pozzanghera vicina al semaforo e irriga la gonna di una donna anziana che invece di incazzarsi se la ride.

Mi fermo accanto al bidone dell’immondizia. C’è uno scatolone pieno di tempo, di memoria, d’arte più o meno sopraffina, di risate, forse qualche lacrima, sbadigli, di un’età sfiorita, di un altro mondo, di qualcosa che non c’è più. La morte incombe nel mio cervello che legge i titoli delle videocassette sparse all’interno dello scatolone lasciato aperto, con l’invito surreale a sceglierne una e a portarsela a casa. Matrix, Fiumi di porpora, Il pianista. Pellicole che hanno diciotto, vent’anni.  È stato un giovane a disfarsene o un anziano? No, un anziano no. Un anziano non butta via niente. Un anziano sente pulsare un cuore giovane dentro ad oggetti vecchi. Si disseta del succo dei ricordi.

È la seconda volta, in un paio di giorni, in due posti diversi della città, che mi capita di vedere scatoloni colmi di videocassette ai margini di un marciapiede. E penso alla morte. Non alle pulizie di primavera, a soggetti tecnologici che cestinano il videoregistratore e annessi. No. Vedo un passato chiuso in una scatola ed emozioni abbandonate. Un trasloco, una vita diversa, la casa dei tuoi in vendita dove c’erano le tue videocassette e non sai che fartene.

Un vecchio conserva le cose del figlio. Le spolvera, le allinea, se le guarda, anche se non sa cosa farne. È stato un giovane a mettere Matrix e Il pianista accanto alla differenziata. Qualcuno che si è trovato quel passato fra le mani e non ci ha pensato due volte.

Spero che abbia sofferto un po’ nel riporre le videocassette nello scatolone, che si sia fatto cogliere dalla malinconia. Credo che abbia vissuto quest’emozione, sì, è così! Non avrebbe lasciato lo scatolone aperto! Irragionevolmente avrà voluto condividere con uno sconosciuto quei fotogrammi e ciò che vi era connesso. È comunque il mio passato, avrà pensato, è il passato di mia madre, di mio padre, è parte della mia vita, e puoi prenderla, se vuoi, tu che passi da qui.

Un atto di pietà gentile verso quei supporti obsoleti che comunque t’hanno fatto compagnia.

Faccio una foto, ci scriverò un post. Riprendo meccanicamente il cammino ma i passi perdono la loro sincronia, calpesto la merda di un cane, i pensieri vagano oltre i clacson, oltre l’odore del caffè del bar del Corso, oltre le nuvole viola che minacciano di disturbare la modesta routine umana.  Mi ritrovo, dopo vent’anni, in mezzo a una notte stellatissima. Il paese è buio, si sentono i gufi e nell’aria profumata di mirto girandolano le lucciole. Io e Tony abbiamo smontato tardi dal lavoro, fa caldo, al cinema ci sarà l’aria condizionata. L’unico cinema aperto di lunedì è a cinquanta chilometri dalla città, in un paese tra le colline e le strade statali che sembrano senza uscita ma improvvisamente ti portano in posti che sanno di magia. Vogliamo vedere I fiumi di porpora ma è domani, stasera c’è Malena con la Bellucci. Il film è di rara insulsaggine ma quelle stelle lungo la strada sono fantascientifiche.

Timbro alle 8 e 37. Il mio minuto in più sulla mia tabella di marcia.  Ma non è stato un tempo perduto. Sorrido, e rifletto sul fatto che un’immagine di chiusura, di abbandono, mi abbia rigenerato un ricordo che credevo morto e sepolto. Potere del cinema, chissà, che trasforma in fotogramma anche un ricordo, e di una locandina, seppur stampata sull’etichetta logora di una videocassetta bagnata di pioggia.

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