La leggenda di uno qualunque

Le mie scelte importanti non sono state molto pensate, alcune sono originate da un incontro casuale, da una parola che mi si è stampata nel cuore ma non cercata, inattesa. La scelta di studiare psicologia non fu così maturata. Ho sempre avuto un certo intuito e capivo le persone. Ma fare lo psicologo, boh.

Ciò che mi sarebbe piaciuto fare, ne avevo diciotto, era lavorare per la televisione. Creare contenuti che incontrassero i bisogni latenti o espressi della gente. Allora, conducevo in una piccola radio della periferia di Palermo un programma radiofonico, che oscillava tra il reazionario e il surreale. Pareva curato da un quarantenne nostalgico dei bei tempi passati che impazziva d’improvviso quando passava le telefonate in diretta, come quella della finta cartomante o della vecchietta che accusava Ciampi di averle rubato la pensione o dell’inviata speciale in una fiera di non mi ricordo più, che intervistava se stessa. Mettevo gli Abba ma anche Al di Meola, per dire, e pure la Pausini. Mio padre era terrorizzato che potessi dire qualcosa che mi mettesse nei guai definitivamente. Ma ci sapevo fare con le parole. Non ebbi mai un problema.

Lì giocavo con la psiche e le parole, rischiando di bruciarmi, ma l’ebbrezza dell’etere attraverso cui viaggiava la mia voce era fortissima e mi divertivo da pazzi. Spesso, ho parlato al telefono con qualcuno che aveva solo bisogno di essere ascoltato. Niente passaggio in diretta, niente dedica e richiesta. Solo una voce e una lacrima a mezzo Sip. Forse sono stato d’aiuto, forse no.

Quella che fu la mia maestra dei tempi dell’università, il mio faro nella notte, credo che non fosse convintissima della mia scelta. Lo scorso agosto ci siamo abbracciati; abbiamo parlato di umanizzazione delle cure in ospedale e di psicopatologia della leadership leccando un cornetto Algida sulla battigia. Psicoterapeuti entrambi.

Scelsi psicologia, che era la facoltà degli sfigati testantallaria che se la tiravano pure un po’, che non si sapeva nemmeno che cosa si studiasse a Psicologia, che mio nonno diceva che studiavo Pissico e non terminava la parola, decisi dunque di iscrivermi a psicologia guardando un film che mi pugnalò abbastanza, “Gente comune” con una meravigliosa e gelida Mary Tyler Moore, girato in stato di grazia da Robert Redford. Mi colpì così tanto che in quel momento decisi che avrei salvato vite in un modo o nell’altro. Nulla sapendo di quanto la strada per salvare la propria, prima, fosse lunga e tortuosa, drammatica e comica allo stesso tempo.

Che tenera l’onnipotenza dei diciottenni!

Feci la preiscrizione.

Decidemmo, noi ex compagni di classe, un sabato pomeriggio, di rivederci. Cinema e poi pizza. Ci sono sciocchezze che uno ricorda e si ripete “perche?”. Avevo una giacca verde di panno, quel pomeriggio, con un violino d’oro nel bavero che qualcuno mi regalò per il compleanno, credo. Scegliemmo un film strano, appena uscito. Eravamo pochissimi nella sala enorme del Tiffany. Era “La leggenda del re pescatore” di Terry Gilliam.

Ci sono sciocchezze che uno ricorda e si ripete “perche?”. Poi scopre che tutto, proprio tutto, in un preciso momento della vita concorre a diventare la scenografia perfetta di un passaggio chiave della vita stessa. Pure una spilletta d’oro. Ci sono eventi, immagini, canzoni e anche film che compattano, come vento che raccoglie le nuvole che poi si sciolgono in pioggia, i tuoi pensieri, i dubbi, le riflessioni, le tue contorsioni mentali, brandelli di emozioni, rendendo tutto liquido, pulito, chiaro. Quel film mi compattò. Raccontava di uno speaker radiofonico, d’amore e di follia, di salvezza, di martirio e gioia, di visioni, di speranza, di malattia mentale e di amicizia. Un’amicizia assurda, meravigliosa, quella tra un uomo normale e un pazzo, tra un uomo di successo e un altro che lo era stato ma che era caduto nell’abisso del suo vaneggiante dolore. Uscii dal cinema sconvolto. Era il mio film. Era la mia strada. Fu la mia strada.

Ho visto quel film a spizzichi, quattro, cinque volte, in questi ultimi venticinque anni, la sera tardi, non è mai stato un film da prime time, ha deciso qualcuno. Non l’ho mai più visto per intero.

Oggi me lo sono comprato, il dvd mi arriverà martedì prossimo. Lo vedrò con mia moglie che a quel tempo non conoscevo. Saremo sul divano di casa e io, ne sono sicuro, piangerò.

 

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